martedì 18 gennaio 2011

Cattelan, scandalosi "gesti" nella metropoli


di Alberto Mattia Martini
 
Essendo ormai palese a tutti, che viviamo in una società profondamente dominata dai simboli, dalle icone, dove l’apparire ha completamente messo a ko l’essenza, dove il frastuono chiassoso delle urla sembra il mezzo più proficuo per poter esprimere i propri pensieri, dove il gossip ha ormai preso pieno possesso delle prime pagine di quotidiani e magazine, non mi stupisce affatto che anche la mostra milanese di Maurizio Cattellan si concentri proprio sulla provocazione e sul potere dell’immagine. Catellan è certamente l’artista più noto, più irriverente, più dibattuto, ma probabilmente per tutti questi aspetti anche il più ricco di cui l’Italia dispone e grazie al quale può «essere coinvolta nel grande circo» del panorama artistico internazionale. Quella del creativo veneto è un’arte, che ha fatto scuola, che ha raccolto tantissimi epigoni e che ha sempre puntato tutto, o quasi sullo scandalo, ma anche nel mettere in discussione il proprio tempo. Maurizio Cattelan, nato a Padova, attualmente vive e lavora a New York, torna a Milano, con un’installazione inedita in Piazza Affari e con una mostra nella splendida cornice di Palazzo Reale. Ma facciamo un passo indietro, o meglio spostiamoci qualche centinaio di metri da Palazzo Reale, per addentrarci negli affascinanti spazi del Palazzo della Ragione, dove tra le suggestive e poetiche fotografie di Francesca Woodman, colpisce lo sguardo e l’anima, un autoritratto dell’artista in camicia da notte appesa all’architrave di una porta, una trasposizione moderna della crocefissione. Ebbene la croce risulta altrettanto suggestiva e fondamentale anche nel percorso espositivo di Cattelan: dentro una scatola di legno, solitamente utilizzata per i trasporti ad alto rischio di rottura, si trova una donna crocefissa di spalle. Una tragedia che si registra anche all’interno della Sala delle Cariatidi, dove ad attenderci su un’infinita moquette rosso sangue, ci attende coricato su un fianco il pontefice Giovanni Paolo II colpito da una meteorite; è la Nona ora, un’opera del 1999, nella quale nemmeno il papa viene risparmiato dai mali della contemporaneità, anche se a salvarlo sembra essere proprio la fede in Dio, rappresentata dal crocefisso, al quale il santo padre si aggrappa con un ultimo gesto disperato. Come in tutte le favole che si rispettino non può mancare il lieto fine, che qui è raffigurato da L.O.V.E, un’enorme mano di 11 metri in marmo di Carrara, posizionata in Piazza Affari. Alla mano sono state mozzate tutte le dita tranne il dito medio, che spunta dritto, quasi a volersi imporre su ciò che lo circonda, per poi rivolgersi al Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa milanese. Ancora una volta sembra che l’unico antidoto contro tutti i mali, contro tutto il degrado a cui facevamo riferimento sopra e che ci accompagna ormai da tempo immemorabile, possa essere solo un gesto forte, radicale e coraggioso, ma necessariamente accompagnato dal'eternità dell’amore. 
Gazzetta di Parma.it , 16.10.2010

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